La trasmissione intergenerazionale della violenza

Uno degli effetti a lungo termine che incidono nella vita futura dei bambini che assistono a violenze domestiche sta proprio nell’imparare ad intendere le modalità di relazione violenta, dominante, aggressiva, minacciosa, totalmente asimmetrica, controllante, come la norma per intraprendere rapporti affettivi in età adolescenziale o adulta. Una sorta di ciclo dell’abuso verticale che vede riproporre gli stessi schemi comportamentali appresi da una generazione all’altra, sia sul versante dell’aggressore, sia su quello della vittima.

Secondo l’OMS (2002) la violenza assistita è uno dei fattori di rischio per i maschi di diventare un domani autori di violenza, mentre per le femmine di subirla in età adulta.

In generale dalla letteratura che si occupa dell’argomento risulta che «la violenza domestica è fattore di rischio nella vita adulta per rapporti di coppia a loro volta improntati alla violenza» e «l’aver subito e/o assistito a maltrattamenti intrafamiliari è tra i maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di comportamenti violenti nell’età adulta».

Tenendo conto che ogni situazione ha le sue caratteristiche e le sue dinamiche specifiche, è utile comprendere le origini di tale trasmissione intergenerazionale della violenza. Bambini testimoni di violenze possono imparare che il modello relazionale vittima-carnefice, che rispettivamente ricalcano la madre e il padre, sia normale. Dunque farà esperienza di tali vissuti traumatici, convenendo a una maggior facilità d’identificazione con la figura dell’aggressore, soprattutto per quanto riguarda i maschi, per strutturare una difesa del sé efficace che dia la possibilità di esercitare potere nelle relazioni e mantenere un legame con il genitore maltrattante. Comune è ad esempio che, dopo le separazioni, i figli, soprattutto se adolescenti, si sostituiscano al padre anche con la messa in atto di comportamenti violenti, coercitivi od oppositivi soprattutto se adolescenti, anche con la messa in atto di comportamenti violenti, coercitivi o di controllo verso la madre (e anche verso i fratelli).

Immaginiamoci l’esperienza del bambino di fronte ad un padre che torna a casa la sera incollerito, urlante, che comincia a insultare e minacciare la madre, a rompere le suppellettili; immaginiamoci la paura di questo bambino e il suo senso di totale impotenza, perché il padre è tanto più grande e forte di lui, perché capisce che è meglio non attirare la sua attenzione su di sé (e magari si sente anche in colpa per non saper difendere sua madre); non è difficile immaginarci anche, a questo punto, che da adulto sia tentato di preferire il ruolo di aggressore.

Minori, testimoni di maltrattamenti intrafamiliari, possono anche imparare che esprimere le proprie opinioni, emozioni o sentimenti, che portare un punto di vista diverso può scatenare la violenza, per cui mettono in atto strategie compiacenti e di evitamento tipiche del comportamento delle vittime. Spesso i figli vengono imputati per la loro somiglianza con l’uno o l’altro genitore, con il quale poi si trovano a identificarsi per non disattendere aspettative di uno o dell’altro, oppure cercano di modificare i propri comportamenti e atteggiamenti per essere accettati dall’uno o dall’altro, comportando conflitti interni di lealtà difficili da controllare.

L’approccio della psicogenealogia riprende il concetto di “inconscio collettivo” di Jung, trasformandolo in un bagaglio di avvenimenti familiari che lega le generazioni nel tempo riproponendo atteggiamenti, comportamenti, dinamiche e giochi relazionali che ci vincolano ai nostri antenati, e che ci influenzano nel presente e nel futuro.

Anche per quanto riguarda maltrattamenti, trascuratezza e adultizzazione dei più piccoli, si possono riscontrare concatenazioni nelle generazioni precedenti, cui l’irresponsabilità e le violenze degli adulti si sono “tramandate” nel tempo, come un’ereditarietà dei modelli genitoriali e dei modelli relazionali e comportamentali che può riversarsi nel presente sottoforma di trauma, le cui origini vanno ricercate nel passato per riuscire a prendere coscienza e modificare gli andamenti futuri.

Il lavoro clinico sui casi ha appurato che uomini violenti oggi, hanno alle spalle violenze subite o assistite nell’infanzia, quando il loro padre teneva comportamenti maltrattanti. È importante dunque poter avviare un lavoro ad hoc anche con gli aggressori, per poter avviare un cambiamento nelle modalità relazionali e recuperare per lo meno una capacità genitoriale adeguata che possa manifestarsi in termini positivi con i propri figli.

Il nesso non è diretto e causale, ma l’assistere a violenza in famiglia aumenta la probabilità di perpetrarla o subirla in età adulta, anche se va specificato che non tutti reagiscono allo stesso modo: il ripetersi del ciclo dipende da una moltitudine di fattori interni ed esterni.

In ogni caso in termini di prevenzione futura è fondamentale il lavoro con i bambini testimoni di violenze, rielaborare il trauma e agire per il cambiamento di comportamenti e atteggiamenti, che dia la possibilità di modificare il loro percorso. Oltre a questo è importante un lavoro più ampio che riguardi l’intera società ancora permeata di antichi costumi, miti, modelli culturali ed educativi che finora sono stati tramandati e che rafforzano comportamenti indici di disparità tra i due generi fino ad una tolleranza tacita quanto pericolosa delle condotte violente nella sfera domestica considerata una dimensione privata.

 

  • venerdì, 29 Luglio 2016