Le resilienze

Il termine resilienza, in psicologia, denota la capacità dell’individuo di fronteggiare eventi critici, stressanti o traumatici, riorganizzando e ristrutturando in modo positivo la propria vita, superando tali difficoltà. È stato ricavato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà di alcuni di questi, di riuscire nella conservazione della propria struttura o nella riacquisizione della forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. Non si tratta, quindi, di mera resistenza, ma prevede un nuovo adattamento della “forma originaria”, una ricostruzione del sé atta ad affrontare le avversità.

È una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e al modificarsi dei meccanismi mentali che la sottendono, proprio perché non è un aspetto innato, ma anzi è un’abilità che si affina secondo un percorso personale che dipende dal tipo di reazione che le persone hanno di fronte agli eventi avversi, dai metodi che utilizzano per aggirarli e risolverli e dalla disponibilità a un cambiamento, se necessario, finalizzato a correggere la rotta e riconfigurare un assetto che possa ristabilire l’equilibrio psicologico.

Affonda le sue radici nei modelli operativi interni che ognuno di noi sviluppa verso i due- tre anni di vita e che riguardano rappresentazioni mentali che si formano in base alle esperienze vissute nelle relazioni con altri significativi, in genere figure di riferimento parentali. Costantemente sono oggetto di influenze dettate dai fattori del mondo esterno con cui ci confrontiamo, quindi si configurano come base per l’accoglienza delle esperienze di vita future.

Questo modello di reazione tende a permanere e a rinforzarsi nel tempo e, se nulla interverrà di particolarmente grave a modificare tale percorso, avremo un bambino, e poi un adulto, resistente ad un impatto turbativo di eventi stressanti, e una maggior capacità di elaborare le esperienze traumatiche. Nell’ individuo che ha avuto la possibilità di strutturare un attaccamento sicuro, l’impatto immediato di un’esperienza negativa o traumatica sarà minore.

Un bambino che vive in una famiglia violenta difficilmente sviluppa con i genitori un attaccamento sicuro e generalmente non è attorniato da relazioni premurose e attente che possono incoraggiarlo a sviluppare capacità di resilienza, ma fattori protettivi esterni ed interni possono aiutarlo a coltivarla;

Incidono alcuni tratti della personalità quali l’impegno, quindi l’atteggiamento di determinazione all’assumersi un compito nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi prefissati, e il controllo, dunque la convinzione di essere artefici del proprio avvenire, rifiutando fatalismi e la tendenza a sentirsi in balìa degli eventi, che altrimenti non permetterebbero la reazione resiliente alle avversità.

Inoltre, un’altra caratteristica personale rilevante è la flessibilità nei confronti del cambiamento che permette di accogliere le sfide della vita con una mentalità più aperta alle opportunità di trasformazione.

Se non sono i genitori a incoraggiarne lo sviluppo possono accorrere altre figure di riferimento per il bambino, per accompagnarlo nel percorso di potenziamento della resilienza come ad esempio un parente con cui intesse una relazione significativa, oppure una figura educativa o ancora un operatore che si occupa del trattamento psico-riabilitativo del minore.

Purtroppo un bambino che nasce e cresce in un contesto di violenza domestica, difficilmente acquisirà tale competenza, in quanto imparerà che opinioni e punti di vista diversi possono scatenare episodi violenti o al contrario apprenderà i meccanismi di lotta per il potere, reagendo con aggressività verso una mancata condivisione della sua posizione.

L’assertività può essere collocata in un continuum tra i poli della passività, nel caso di completa sottomissione al volere dell’altro, come quando il bambino cerca di compiacere l’adulto o si rende invisibile, estraniandosi dalla realtà, e dell’aggressività, nel caso di forte manifestazione di rabbia nell’attacco dell’altro, è la reattività.

Nella resilienza, più in senso lato, vanno considerati anche i fattori protettivi esterni, quindi una famiglia allargata che sia in grado di cogliere la sofferenza dei bambini e farsene carico, offrendo loro delle possibilità di rilassamento, confronto, socializzazione e altre esperienze positive ed educative, che possano far maturare competenze sociali più funzionali.

Al contrario, nei casi di violenza domestica grave, l’isolamento familiare e la “messa in scena” della famiglia perfetta, celano e mantengono lontane relazioni invece importanti per il bambino. Spesso i familiari faticano a rendersi disponibili ad agire in aiuto alle vittime, temendo ritorsioni nei loro confronti e distanziandosi dal nucleo stesso, complice la massiccia resistenza di stereotipi sociali legati all’inopportuno accesso alle sfere intime altrui e alla visione della donna vittima come provocatrice e quindi in parte responsabile della situazione.

Anche il trattamento dei bambini ha una soglia d’importanza nel dare un sostegno per affrontare la realtà quotidiana: spesso i genitori sottopongono i figli a valutazioni presso i servizi di neuropsichiatria infantile in seguito a segnalazioni scolastiche, per problematiche relative all’apprendimento o al comportamento.

Non capita che si rivolgano spontaneamente per motivi di violenza assistita (se non in seguito all’intervento dei servizi, generalmente dopo la fase di protezione), per cui gli elementi legati allo specifico trauma possono sfuggire, ma un accurato percorso di trattamento può dare la possibilità al bambino di esporsi a una rivelazione o di poter sviluppare in lui capacità e competenze maggiormente funzionali per fronteggiare il disagio.

Le reazioni all’assistere a violenza domestica sono molto soggettive e spesso questi bambini e adolescenti sviluppano grande abilità a sopravvivere alle avversità, tant’è che sono in grado di recuperare, nel momento in cui si trovano in contesti sicuri, un funzionamento comportamentale più adeguato. Se da un lato questo può metterlo al riparo da rischi di violenza (subita e agita) da adulti, dall’altro rende faticosa la rilevazione di segnali specifici di violenza assistita, che non vanno però sottovalutati. Del resto, essere testimoni di violenze e di situazioni così ambivalenti per i minori, suscita comunque un bisogno di dare significato ai vissuti e agli eventi accaduti.

  • venerdì, 29 Luglio 2016