Il rimedio alla violenza non è la bontà

Foto di coppiaLe associazioni Maschile Plurale e Officina lanciano una Campagna di sensibilizzazione contro la violenza maschile sulle donne: Riconoscersi uomini – Liberarsi dalla violenza. La campagna assume la violenza sulle donne come una questione maschile che riguarda e interroga gli uomini. Si rivolge a un target trasversale di uomini, di diversa età ed estrazione socio-culturale stabilendo una comunicazione diretta e personale.

Portare allo scoperto la violenza domestica, farne oggetto di riflessione e di interventi volti a prevenirla, è stato sicuramente un grande passo avanti nella critica al sessismo. Ma è altrettanto importante vedere il rischio che si corre fermando l’attenzione sulle forme più arcaiche, più selvagge del potere maschile che, non a caso, si manifestano e si conservano all’interno dei rapporti più intimi.

L’evidenza del legame tra amore e violenza dovrebbe interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità della figura di un dominatore che riveste al medesimo tempo i panni di chi può proteggerti, consolarti, darti sostegno e tenerezza.

 

Il contrario della violenza degli uomini sulle donne non è la bontà, che è presente, pur con tutta la sua ambivalenza, nel rapporto dell’uomo-figlio col corpo femminile che l’ha generato e che torna a incontrare nella vita amorosa adulta.

 

La scelta di occuparsi degli uomini maltrattanti e sollecitare modelli di comportamento “non violenti” -ma che vengono intesi come “buoni”- è facile che induca a tradurre in chiave di patologia e medicalizzazione un problema che ha radici storiche e culturali molto più complesse ed estese, tanto da strutturare sia la vita privata che pubblica. In paesi dove vige un rigoroso “politicamente corretto” – ma ormai anche da noi- può capitare che un bambino di sei o sette anni, sorpreso in atti aggressivi verso una compagna di scuola, venga immediatamente affidato allo psicologo o espulso dalla scuola, quando non dia seguito addirittura a denunce da parte della famiglia dell’offesa. Dovrebbe far riflettere il fatto che i recenti provvedimenti contro il femminicidio, presi dal governo italiano, sono stati accostati ai problemi di sicurezza sociale.

«La maggioranza degli uomini -scrive Claudio Vedovati dell’associazione Maschile Plurale – ancora non comprende in che misura la violenza li riguardi, li chiami in causa (…) fanno della propria indignazione un ulteriore strumento di tutela della donna»

(dal libro “Il lato oscuro degli uomini”, edizioni Ediesse, Roma 2013)

 

Questo spiega perché il lavoro culturale sulla violenza sia ancora collocato prevalentemente nel sociale, sia che si tratti di sostegno alle vittime, punizione o presa in cura degli aggressori, interventi formativi riguardanti le “questioni di genere”. Più lenta a venire alla coscienza è la necessità di portare lo sguardo su di sé, su una visione di se stessi e del mondo interiorizzata come “normalità” e legittimata dal contesto in cui si vive. Eppure non mancano associazioni di uomini che da tempo si muovono in questa direzione.

 

«Nel lavoro di Maschile Plurale esce un quadro che non si esaurisce in quei generici “educare alla relazione”, “insegnare comportamenti non violenti”, “lavorare sulle emozioni”, “sviluppare consapevolezze di sé”, che caratterizzano molti programmi di prevenzione della violenza maschile. Quello che è investito è un livello profondo che riguarda il rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo, la sessualità, il proprio desiderio e le rappresentazioni che ne danno. Le risposte alla violenza vanno cercate qui, in quello che gli uomini possono vedere dentro di sé, oltre che nelle domande poste agli uomini dalla libertà delle donne.

 

Faccio alcuni esempi. La socialità vissuta come luogo di cameratismo, di competizione o di affermazione di sé senza fragilità (…) Il bisogno di aderire a modelli normativi di virilità da cui dipende la propria identità sociale. La rappresentazione del desiderio maschile come “basso istinto”, distinto dai sentimenti e dunque come pulsione da tenere sotto controllo, da “governare”, “civilizzare”, “disciplinare”, di cui non fidarsi. Il piacere sessuale vissuto come prestazione (…) La facilità con cui si può rimuovere il proprio corpo. E dunque la costruzione di saperi e discipline usate come protesi di un corpo silente. L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passione per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza.

(…)

In questo nuovo scenario c’è una domanda che rischia di portarci di nuovo fuori strada: chi sono gli uomini violenti? La domanda nasce da una esigenza giusta (…) Tuttavia la costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cui nasce la violenza stessa. La tentazione dell’identikit dell’uomo violento è un gesto apotropaico, di allontanamento, che consente la cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé. Consente all’esperto o agli operatori che lavorano in questo ambito di rappresentarsi come non coinvolti in questa cultura della violenza. Consente alla comunità degli uomini di avere capri espiatori con cui conservare i vantaggi degli squilibri nelle relazioni di genere.” (Claudio Vedovati)

 

Sapere che stanno cambiando i desideri degli uomini, che nascono altri modi di vivere la maschilità, che è possibile un lavoro comune con le donne impegnate da anni nell’analisi del sessismo, è importante. Ma lo è altrettanto fare in modo che le relazioni nuove che si vengono a creare non restino nel privato. Per quella che è stata la loro collocazione storica, gli uomini possono dare oggi un contributo essenziale all’analisi del “paradosso del potere maschile” –come lo chiama Michael Kaufman -, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua. Senza dimenticare – è sempre Kaufman a sottolinearlo- che la violenza maschile contro le donne non avviene isolatamente, legata a quella contro altri uomini e contro se stessi, forme diverse di quella corazza di virilità che l’ideologia patriarcale ha posto da secoli sulle spalle del sesso vincente.

 

L’IMMAGINE

Una foto della mostra della Campagna di sensibilizzazione contro la violenza maschile sulle donne Riconoscersi uomini – Liberarsi dalla violenza di Maschile Plurale e Officina. La campagna assume la violenza sulle donne come una questione maschile che riguarda e interroga gli uomini. Si rivolge a un target trasversale di uomini, di diversa età (25-45 anni) ed estrazione socio-culturale. E vuole stabilire una comunicazione diretta e personale, calata nella quotidianità con brevi messaggi confidenziali. Gli uomini fotografati in 12 set sono prevalentemente in situazioni di relazione con donne, in momenti di vita quotidiana, proprio in quelle situazioni che sono più a rischio di degenerare in violenza maschile sulle donne: dalla gestione della casa alla cura dei figli, dall’intimità sessuale alla distanza che si apre nella relazione di coppia, dalla questione del lavoro alle differenze di mentalità e stili di vita, fino al drammatico nodo della separazione, che è, ancora oggi, la situazione più connessa ai comportamenti di stalking e agli oltre cento femminicidi che accadono ogni anno in Italia. La mostra è nata per essere itinerante, tutte le informazioni sul sito www.liberarsidallaviolenza.it.

 

Fonte: 27esima Ora Corriere della Sera

  • martedì, 6 Maggio 2014