La battaglia delle donne afgane contro i matrimoni forzati

Abida ha quattordici anni e un figlio neonato di cui non sa più nulla. Avvolta in un vestito ornato di lustrini, download (1)lo sguardo assente che ogni tanto si accende in lampi improvvisi, sembra vivere in un mondo tutto suo. Parla poco, e quando lo fa si perde in labirinti di frasi sconnesse. Riesce solo a dire, in un raro momento di lucidità riferendosi al figlio che ha dato alla luce: “Non sono in grado di occuparmi di me stessa, figuriamoci di qualcun altro”.

Abida è una sposa bambina. Consegnata dal padre a un signore di 50 anni più vecchio di lei quando aveva appena 11 anni, un anno e mezzo dopo è rimasta incinta. La gravidanza e il parto le hanno causato visibili danni psicologici: quasi a volersi riappropriare di quell’infanzia che le è stata sottratta, ha cominciato a comportarsi come una bimba piccola, agitandosi, strillando senza motivo, scalciando contro chiunque si avvicinasse.

Dopo il tracollo psicologico, il marito ha affidato il neonato a un’altra moglie, ha cacciato di casa Abida e l’ha rispedita dalla madre, che è andata a vivere a Herat nell’abitazione di un fratello. Oggi le due donne sono lì, senza mezzi di sostentamento, sopportate a malapena dal familiare. “Ci ha messo in una stanza e ci dà qualcosa da mangiare”, dice la signora. “Ma non permette ad Abida di interagire con il resto della famiglia”.

Una prassi diffusa

Madre e figlia fanno la spola tra questa casa in cui sono ospiti non gradite e il Family protection center, un centro che dà assistenza alle vittime di violenze domestiche nella città afgana. Quando la incontriamo in questo edificio all’interno del compound dell’ospedale di Herat, sembra uno zombie. Si muove a scatti. Parla solo con la madre facendo squillare la sua vocina da bimba piccola. A un tratto si alza e si mette a sedere tra le ginocchia della donna, come a voler cercare protezione. “La storia di Abida è molto estrema, perché la violenza sessuale e il parto le hanno causato una grave forma di schizofrenia”, racconta la dottoressa Neelab Sultany, psicologa del centro. “Ma i casi di bambine date in spose in matrimoni combinati sono molto frequenti, soprattutto tra i ceti più poveri e in ambienti rurali”.

Secondo la legge afgana, l’età legale perché una donna si sposi è a 16 anni. Eppure, nonostante le nozze forzate siano vietate dall’islam, nel paese la prassi di dare in sposa le proprie figlie in età precoce è molto diffusa. Dati precisi non esistono, ma l’Afghanistan independent human rights commission stima che tra il 60 e l’80 per cento dei matrimoni avvenga per via non consensuale e che il 15 per cento delle donne afgane si sposi prima di compiere 15 anni. “Elementi culturali, sociali ed economici contribuiscono al persistere di questa prassi, vietata dalla legge ma accettata dalla società”, sottolinea ancora la dottoressa Sultany.

Il matrimonio forzato può essere un modo per incassare una somma di denaro. O più semplicemente per rafforzare legami familiari o sanare un torto. Nel caso di Abida, il padre voleva accaparrarsi la dote che aveva stabilito con il futuro marito: ha rapito la figlia senza dirlo alla madre e l’ha portata all’uomo, in un’altra provincia. La madre ne ha perso le tracce, salvo poi vedersela riconsegnare dopo il parto e il manifestarsi delle prime turbe psichiche.

Tecnicamente è stato commesso un reato, ma poiché la storia si svolge a cavallo tra due provincie, è difficile da denunciare. A questo si aggiunge il percorso a ostacoli che deve attraversare una donna in Afghanistan per ottenere anche un semplice documento. Per il rilascio della cosiddetta tazkira – la carta d’identità – c’è sempre bisogno di un familiare maschio che faccia da garante, sia esso il padre o il marito. Essendo gli uomini in questione i suoi carnefici, Abida oggi aggiunge ai suoi guai quella di essere clandestina nel suo paese, senza accesso al sistema scolastico, al servizio sanitario o al diritto di aprire un conto in banca. Senza carta d’identità non può nemmeno presentare istanza di divorzio dal marito che l’ha ridotta in quelle condizioni.

“Ci sono una serie di ostacoli legali. Ma la pratica dei matrimoni precoci e in generale della violenza nei confronti delle donne è principalmente legata al mancato accesso all’istruzione”, continua Sultany. “Spesso le donne accettano matrimoni non consensuali e non denunciano mariti violenti perché non hanno gli strumenti culturali e non sono indipendenti a livello economico”.

Il matrimonio compensatorio

Le nozze forzate possono assumere forme diverse. Nella cultura pashtun il badal è un matrimonio basato sullo scambio, in cui due famiglie si mettono d’accordo per far dare in sposa una figlia a un uomo dell’altro gruppo e viceversa appianare così i costi della dote. Il baad è invece un matrimonio compensatorio, nel senso che una donna di una famiglia viene data all’altra per riparare a un torto subìto da questa seconda famiglia. Il baad è teoricamente vietato dalla legge, ma non si ha notizia di persone denunciate o di processi istruiti per questa pratica.

In una società fortemente dominata dagli uomini, una cosa sono le leggi scritte, un’altra le consuetudini che ostacolano l’applicazione della legge. “Noi cerchiamo di dare ogni assistenza, anche legale, a chi viene qui. Ma è rarissimo che una donna decida di denunciare il marito”, analizza Sultany. “C’è un grosso lavoro culturale da fare”.

Il dibattito sui diritti delle donne si riaccende in Afghanistan ogni volta che la cronaca è scossa da qualche evento traumatico. L’anno scorso, un’ondata d’indignazione si è levata quando Farkhunda Malikzada, di 27 anni, è stata uccisa pieno centro di Kabul perché qualcuno l’aveva accusata di aver bruciato un Corano. Spintonata, presa a calci, tramortita, quindi investita e trascinata per centinaia di metri da un’auto, la donna è stata lapidata e il suo corpo dato alle fiamme, alle quattro di pomeriggio in una delle strade più trafficate della capitale afgana. Il processo ha portato ad alcune condanne a morte e a varie sentenze di carcere – anche se oggi le condanne sono pendenti presso la corte suprema, che deve decidere se rifare il processo.

Farkhunda è diventata simbolo della lotta contro “l’ignoranza e la bigotteria”, come recita il memoriale che è stato eretto nel luogo dove è stata assassinata. Ma resta il fatto che è stata uccisa in pieno giorno da un gruppo di uomini, tra decine di altre persone intente a riprendere il linciaggio con i telefonini.

Oggi la nuova martire della violenza si chiama Zahra. Nel luglio scorso, questa ragazzina di 14 anni è stata bruciata viva dalla suocera nella provincia di Ghor quando era incinta di quattro mesi. È morta qualche giorno dopo in un ospedale a Kabul. Zahra era stata data in sposa alla famiglia dei suoi futuri assassini in un baad. Dopo le nozze, la famiglia acquisita ha cominciato a definirla troppo indipendente e “urbanizzata”.

Le circostanze in cui è avvenuta la sua morte non sono del tutto chiare: i familiari sono stati arrestati, ma continuano a dire che Zahra si sarebbe data fuoco da sola. Secondo le ricostruzioni dei mezzi d’informazione afgani, la ragazza era stata ripetutamente picchiata e si era rifiutata di andare incinta a lavorare nei campi di oppio della famiglia. Il padre, che pure ha dato in sposa la figlia illegalmente nell’ambito di un baad, ha piantato una tenda in un parco di Kabul per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e ottenere giustizia.

“Non posso pensare a lei senza ricordare la mia storia. I parallelismi sono impressionanti”, dice con gli occhi lucidi Zahra Yaganah. Questa donna di 32 non porta solo lo stesso nome della ragazza bruciata viva dai parenti. Ha anche vissuto sulla propria pelle una vicenda molto simile, a cui fortunatamente è riuscita a dare un altro epilogo: come lei, è reduce da un matrimonio combinato che si è trasformato in un incubo e ha rischiato di finire in tragedia.

Data in sposa a 13 anni a un uomo che aveva il doppio della sua età, Zahra Yaganah si è trovata improvvisamente e precocemente catapultata dall’infanzia all’età adulta. “È come se qualcuno avesse dato un taglio netto alla mia vita. Ho dimenticato tutto quello che ho fatto prima di sposarmi”, racconta oggi, a quasi vent’anni di distanza. Zahra ha partorito una bambina subito dopo le nozze, che però è morta prematuramente. Ha poi avuto altri due figli: una femmina che oggi ha sedici anni e un maschio di tredici.

Il racconto del suo matrimonio fa spavento: costretta a fare ogni tipo di lavoro anche mentre era incinta, doveva portare a casa i soldi che il marito usava per comprare droga e alcool. Per anni ha resistito, senza dire a nessuno – nemmeno ai genitori – che l’uomo era tossicodipendente. Poi, una notte il marito ha dato fuoco al salotto di casa perché si era rifiutata di consegnargli del denaro, e lei ha deciso di fuggire. Ha preso i bambini ed è andata a Kabul. Ha presentato istanza di divorzio – cosa piuttosto rara in Afghanistan per una donna – e ottenuto la separazione legale. Nel frattempo, è sopravvissuta grazie a una serie lavoretti.

Mentre si emancipava anche mentalmente dal marito violento, ha cominciato a sviluppare l’idea di scrivere la sua storia. Frutto di una gestazione durata tre anni, il suo romanzo Light of ashes (Luce di ceneri), pubblicato nel marzo scorso, sta diventando un vero e proprio caso a Kabul. A metà strada tra racconto autobiografico e fiction, il libro racconta la storia di una sposa bambina – di nome Zahra – che riesce a fuggire dai soprusi del marito. “È la mia storia, ma anche quella di migliaia di altre donne. Ha forti elementi personali, ma Zahra non sono solo io. È l’emblema di un universo intero”. Oggi Yaganah lavora in un’associazione che porta avanti programmi di assistenza alle donne e considera il libro parte di un percorso di sensibilizzazione che per lei è diventata una vera e propria missione.

Il libro sta avendo un grande successo: in pochi mesi, i primi mille esemplari sono andati esauriti, un risultato notevole in un paese con livelli di analfabetismo altissimi. Zahra racconta orgogliosa di essere stata chiamata e incoraggiata anche dal chief executive del governo afgano Abdullah Abdullah, che ha comprato diverse copie per distribuirle ai suoi collaboratori. E racconta anche come abbia potuto riscontrare dei risultati nelle piccole cose della vita quotidiana. “Un’amica mi ha chiamato e mi ha detto che, dopo aver letto il libro, il marito ha cominciato a lavare i piatti e a dare una mano in cucina”, dice sciogliendosi in una risata travolgente.

Il libro, continua la scrittrice, è rivolto soprattutto agli uomini. “Le donne conoscono bene le situazioni che descrivo. Sono gli uomini a ignorare completamente l’universo femminile. È anche per questo che accadono le tragedie”.

Zahra Yanegah sembra un caso più unico che raro: ha deciso di uscire allo scoperto, denunciare e scrivere, andare contro i tabù e le convenzioni. La cosa non è stata facile, ha ricevuto una serie d’insulti sui social network, che hanno finito per indispettire la figlia adolescente. “Mia figlia mi ha chiesto: ma perché hai dovuto scrivere questo libro? Io le ho risposto che l’ho fatto perché anche lei viva in un paese migliore. Ogni tanto bisogna sacrificare una parte di se stessi per il bene generale”.

Zahra fa una pausa nel suo racconto e comincia a parlare della piccola Zahra, bruciata viva dai familiari. “Quando ho sentito la notizia, sono rimasta scioccata. Si chiamava proprio come me e come la protagonista del romanzo”. Si ferma un attimo a riflettere. Poi riprende più battagliera che mai: “La strada è ancora lunga. Ma dobbiamo fare in modo che Zahra e le altre vittime di matrimoni combinati o precoci non siano morte invano. Dobbiamo fare in modo che questa pratica sia consegnata definitivamente al passato”.

Fonte: internazionale.it

  • venerdì, 2 settembre 2016