“Le pene per i reati non dovrebbero essere in contraddizione con il sistema di valori della società. Nella cultura tradizionale russa, le relazioni padre-figlio sono costruite in base all’autorità dei genitori che le leggi dovrebbero sostenere”. E così, nella Russia di Putinl’interpretazione del codice e la mancata tutela legislativa si adattano alla discriminazione facendola passare per tradizione culturale.

Il 26 gennaio la Duma, infatti, ha approvato in terza e ultima lettura un disegno di legge che depenalizza alcune forme di violenza domestica. L’obiettivo è quello di degradare da penali ad amministrativi i reati sugli abusi domestici che provochino “solo” lesioni che non necessitano cure ospedaliere o congedi dal lavoro, sia da parte di genitori nei confronti dei figli, che tra coniugi. Il disegno di legge sarà a breve presentato al presidente Vladimir Putin prevedendo che le violenze costituiscano reato solo se chi le ha commesse sia già stato condannato per lo stesso motivo. Altrimenti, potranno essere punite con una multa o con l’arresto fino a 15 giorni.

I numeri ufficiali sulla violenza domestica nell’ex Unione Sovietica sono molto limitati, ma le stime sulla base di studi regionali suggeriscono tutt’altro. Circa 600mila donne subiscono abusi fisici e verbali da un familiare e ogni anno in 14mila perdono la vita per mano del mariti o del partner.

Ma quello che il legislatore di Mosca ha appena deciso è solo la punta dell’iceberg in un mondo dove sono tanti i Paesi che tollerano la violenza in famiglia.

Ci si indigna, ma poi si deve fare i conti con la realtà. Una ricerca condotta dalle Nazioni Unite su 10mila uomini ha evidenziato che nel sud est asiatico almeno un uomo su 10 ha stuprato una donna o una ragazza.

In Indonesia centinaia di leggi discriminatorie, che vanno dal divieto di ballare all’uso obbligatorio del velo, sono scritte nel codice locale e, nonostante il governo si professi contrario al femminicidio e alla violenza sulle donne una Commissione Nazionale di vigilanza ha scoperto che il numero degli “incidenti” domestici segnalati è quasi triplicato tra il 2010  e il 2014.

La Malesia da sempre considerata un Paese musulmano tollerante ha condannato a frustate pubbliche una fotomodella denunciata da un congiunto per aver osato bere una birra.

E non è finita qui. L’Unicef riporta che in Bangladesh, India, Libano le donne vengono uccise per salvaguardare l’onore della famiglia. Per qualunque ragione: presunto adulterio, relazione prematrimoniale (con o senza rapporti sessuali), stupro subito, relazione disapprovata dalla famiglia sono motivi sufficienti per usare violenza sulla donna.

La Riforma della Costituzione del 2014, in Egitto, ha esplicitamente garantito la parità di genere ma la legge non viene sempre applicata in modo coerente. Questo infatti è uno dei Paesi in cui maggiormente donne e ragazze vengono sottoposte alla mutilazione genitale (voluta dalla famiglia). Secondo il Ministero della Salute egiziano si parla del 90 per cento della popolazione femminile tra i 15 e il 49 anni.

L’Iran è tra quelle nazioni che non ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro le donne. Secondo Amnesty International alcune leggi “hanno fortificato pratiche discriminatorie e riportano i diritti delle donne indietro di decenni. Le autorità iraniane stanno promuovendo una pericolosa cultura in cui le donne vengono private dei loro diritti più importanti e vengono viste come macchine da riproduzione piuttosto che come esseri umani dotati del diritto fondamentale di fare scelte sul loro corpo e sulla loro vita”, ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty.

Una delle più severe interpretazioni della Sharia è imposta con forza dalla polizia religiosa dell’Arabia Saudita. Nel 2015 le donne saudite hanno ottenuto il diritto di voto ma sono da sempre sottoposte totalmente alla tutela dell’uomo che più che provvedere, come suggerisce la norma, impedisce loro qualsiasi tipo di emancipazione. La donna non può guidare, non può viaggiare senza il permesso dell’uomo, sposarsi, lavorare e accedere all’assistenza sanitaria. E non è violenza questa?

E non va meglio per la popolazione femminile di Afghanistan ePakistan. Qui ”picchiare in modo delicato” la propria moglie non rappresenta una violenza ha sostenuto il presidente pakistano del Consiglio di ideologia islamica (Cii), Mualana Muhammad Khan Sherani. ”Se tu vuoi che lei modifichi i suoi comportamenti, prima glielo devi dire a parole”, ha detto Maulana Sherani nel corso di un’intervista a The Express Tribune. ”Se lei si rifiuta, allora bisogna smetterla di parlarle. Se poi rifiuta di essere conforme, bisogna smetterla di condividere il letto con lei. E se le cose non cambiano, bisogna diventare più severi”, ha sostenuto. Nel dettaglio, Maulana Sherani ha detto che è lecito ”colpirla con qualcosa di leggero, come un fazzoletto, un cappello o un turbante, ma non va colpita sul volto o sulle parti intime. E non bisogna causare alcun danno fisico o graffi. Vanno usate cose leggere, nulla di serio’’. È tollerato che padri e mariti ne abbiano “il diritto per il beneficio collettivo della società”, allo stesso modo in cui ”i governi seguono la politica dei premi e delle punizioni per il bene collettivo di tutti”, ha sostenuto ancora il presidente pakistano.

Nell’illuminata Danimarca la legge sulla violenza domestica non comprende i casi in cui la coppia non sia sposata: se il partner picchia la compagna, ma non è suo marito, la legge non prevede una punizione. Questo è ciò che accade ancora oggi, in mondo dove tanti governi approvano leggi, sollevano deboli critiche, forse, o nella maggioranza dei casi non muovo un dito.

Ovviamente, un capitolo a parte va dedicato all’Italia, dove, pur se penalmente sanzionata dalla legge, la violenza domestica è troppo spesso tenuta nascosta fra le mura di casa e viene rivelata quando è troppo tardi. Per la vittima.

Fonte: panorama.it