Dimenticarsi di «Kill Bill» non è facile. Ma a guardare le immagini di queste ragazze che si allenano sulla neve vicino a Kabul, viene da pensare che la realtà, talvolta, è capace di ispirare molto più di un film o di una leggenda.

Le eroine, in questa storia, sono dieci ragazze. A capitanarle è Sima Azimi, una ventenne originaria dello Jaghori, zona abitata dagli hazara, etnia afghana da sempre perseguitata, di cui racconta anche Khaled Hosseini ne «Il cacciatore di aquiloni». Le ragazze che appartengono a questo gruppo, in Afghanistan, e in particolar modo a Kabul, sono spesso vittime di molestie. Essendo il loro popolo considerato di serie B, parecchi uomini pensano di poter fare con loro quello che vogliono. E il risultato è che queste ragazze non denunciano gli abusi per paura di ritorsioni o per scarsa fiducia nel sistema.

Sima — già campionessa di arti marziali grazie agli incoraggiamenti del padre che gestisce una palestra — dopo essere stata vittima dell’ennesimo scippo a Kabul, si è resa conto che le sue capacità le avevano permesso di non subire e di difendersi. «Ho capito che potevo spezzare un circolo vizioso». In pochi mesi ha radunato un gruppo di giovani donne e ha iniziato a insegnare loro il wushu, considerata l’antesignana di tutte le arti marziali, famosa anche perché praticata dai monaci Shaolin. Nome scelto per il gruppo è lo Shaolin Wushu Club. Le ragazze hanno iniziato ad allenarsi per imparare le tecniche di autodifesa, ma soprattutto per acquistare maggiore fiducia in se stesse. Un bel passo in avanti se si pensa che la società afghana è una delle più dure con le donne.

Non tutte le famiglie l’hanno presa bene e alcuni genitori hanno cercato di dissuadere le figlie a iscriversi. Fare sport in Afghanistan viene considerato un rischio per le ragazze, soprattutto per la rottura dell’imene. I genitori temono che i mariti un giorno le possano ripudiare. Ma Sima ancora una volta non si è fermata davanti alle difficoltà: ha messo da parte l’orgoglio ed è andata a casa di questi genitori per convincerli a lasciare le figlie libere di partecipare alle lezioni. «Nel pensiero ultra-conservatore di questo Paese tutte le donne danno fastidio. Ma noi siamo determinate a resistere e a combattere questo modo di pensare», ha raccontato al Telegraph che l’ha intervistata.

Grazie all’aiuto di un negozio di sartoria, sono arrivate le divise di raso rosa. Mentre le spade per i combattimenti sono state regalate da un amico in Iran. E come quota di iscrizione al Shaolin Wushu Club è stata chiesta una cifra simbolica, tra i 3 e i 5 dollari. «Nessuno qui aiuta le donne, le donne si devono aiutare da sole. Per questo chiedo alle ragazze di dimostrare quello che sono in grado di fare, dobbiamo smettere di avere paura e restare in silenzio», ha concluso Sima. Un esempio per tutte. Anche per quelle che non vogliono fare arti marziali.

Fonte: 27esimaora.corriere.it