STRASBURGO – La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito che hanno poi portato all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie. La Corte ha stabilito che l’Italia deve pagare alla vittima 30mila euro per danni non pecuniari e 10mila a titolo di rimborso delle spese affrontate. Si tratta della prima condanna dell’Italia da parte della Cedu per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica.

Il caso si riferisce a quanto avvenuto a Remanzacco, in provincia di Udine, cinque anni fa quando Andrei Talpis – ora in prigione con una condanna all’ergastolo – marito di Elisaveta uccise il figlio diciannovenne Ion e tentò di uccidere anche la donna. La pena è stata inflitta a Talpis dal gup del Tribunale di Udine, Emanuele Lazzaro, l’otto gennaio 2015. Lo stesso gup ha condannato Talpis a un risarcimento di 400 mila euro alla moglie Elisaveta che, nel processo si era costituita parte civile.

Il dramma. I fatti iniziano nel 2012, quando, in giugno, la donna riferì alle autorità di polizia (la Corte non specifica se si trattasse di carabinieri o polizia, ma usa il termine ‘police’, ndr) che il marito Andrei con problemi di alcoolismo, aveva picchiato lei e la figlia. Arrivati sul posto gli agenti avevano trovato l’uomo ubriaco in strada e avevano verbalizzato le ferite riportate da madre e figlia. Non era stata sporta formale denuncia, in questa occasione.

Il 19 agosto 2012, la donna era stata ancora una volta minacciata dal marito con un coltello: l’uomo l’aveva costretta a seguirlo, perché avesse rapporti sessuali con lui e con dei suoi amici. Lungo la strada, Elisaveta aveva chiesto aiuto a una pattuglia di polizia; gli agenti avevano multato l’uomo per il porto illegale del coltello e si erano limitati ad invitare la donna ad andare a casa. Elisaveta si era invece recata al pronto soccorso, dove dove i sanitarile avevano rilevato multiple lesioni e una ferita alla testa, giudicate guaribili in una settimana.

La donna era stata accolta da un’associazione che aiuta le donne maltrattate, per tre mesi, dopodiché se ne era dovuta andare. Aveva quindi dormito in strada, ospite di amici per qualche tempo e infine aveva trovato lavoro come badante, cosa che le ha consentito di affittare un appartamento. Il marito, però, continuava a chiamarla. Il 5 settembre 2012 la donna aveva sporto formale denuncia per lesioni, maltrattamenti e minacce, chiedendo alle autorità di proteggere lei e i suoi figli.

Elisaveta era stata quindi interrogata per la prima volta il 4 aprile 2013, ben sette mesi dopo; in quella occasione aveva mitigato le accuse al marito, rivedendo le dichiarazioni rilasciate in precedenza. Nell’agosto 2013 il caso era stato archiviato; nell’ottobre 2015 l’uomo era stato però multato per 2mila euro, proprio per averle provocato delle lesioni. Il 25 novembre 2013 Elisaveta aveva chiamato ancora la polizia, riferendo di una lite con il marito, che era stato nel frattempo trasportato in ospedale in stato di intossicazione.

Dimesso dall’ospedale, l’uomo era stato identificato da una pattuglia alle due e mezza di notte, mentre vagava ubriaco per strada. Era stato quindi multato sul posto e rimandato a casa. Due ore dopo la tragedia: l’uomo era tornato nell’appartamento, poi brandendo un coltello da cucina ha aggredito la moglie, accoltellando a morte il figlio, che aveva tentato di intervenire. Mentre la donna tentava di fuggire, le aveva vibrato più coltellate al petto. Nel gennaio 2015 Andrei è stato infine condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio, per porto illegale di armi e per maltrattamenti nei confronti della moglie e della figlia.

La condanna della Cedu. I giudici di Strasburgo, la cui sentenza diverrà definitiva fra tre mesi, se le parti non faranno ricorso hanno stabilito che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità  italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.

Il procuratore di Udine. Elisaveta “aveva presentato una denuncia ma poi si era allontanata volontariamente dal Centro antiviolenza”, ha spiegato il procuratore di Udine, Antonio De Nicolo. All’epoca dei fatti De Nicolo non era ancora a capo dell’ufficio friulano ma della vicenda si è occupato quando il ministero ha chiesto le osservazioni sul caso per sostenere le ragioni dell’Italia.

“Ricordo che in un verbale sostenne che le sue precedenti dichiarazioni erano state stracapite, mal interpretate, forse – ha aggiunto De Nicolo – anche per un problema di traduzione”. In sostanza – secondo la Procura – la donna avrebbe ridimensionato all’epoca la portata delle accuse e per questo “per forza – ha detto De Nicolo – si era arrivati all’archiviazione dall’accusa di maltrattamenti”.

“È una tragedia assoluta ma dobbiamo chiederci se c’erano i segnali premonitori per poter cogliere o meno questa terribile vicenda”, ha concluso De Nicolo riservandosi di leggere le motivazioni della decisione della Cedu.

Ricostruzioni contrastanti. Diversa la riicostruzione dei fatti dell’avvocato della donna. Per Titti Carrano, presidente dell’associazione ‘Donne in Rete contro la violenza”, Elisaveta “è stata ospite in una casa rifugio a Udine per sottrarsi alle violenze da parte del marito – ha spiegato il legale – Non ha lasciato spontaneamente la struttura ma il Comune e il servizio sociale non hanno ritenuto che il suo caso fosse di gravità tale da dover mettere la signora in stato di protezione. Ci sono documenti depositati da quali si evince che non erano di grado di pagare la retta prevista per garantire alla signora un luogo sicuro”. Per l’avvocato nella tragedia familiare di Remanzacco “c’e stata una grave inadempienza, una sottovalutazione del caso da parte delle autorità italiane”.

L’avvocato di Andrei Talpis. “Era un soggetto profondamente disagiato, affetto da un alcolismo cronico che viveva in una situazione familiare per lui insoddisfacente. La situazione avrebbe dovuto essere affrontata in modo più approfondito in precedenza. Lo avevo già scritto nel mio appello”, dice l’avvocato Roberto Mete, legale dell’uomo. Secondo l’avvocato, quella della Cedu “è un caso giurisprudenziale importante, dovrà essere una sentenza guida per riorganizzare le strutture non per colpevolizzare i servizi sociali e le istituzioni che abbiamo. Pensare che le strutture, per come sono organizzate e per la mole di lavoro che hanno ora, possano incidere in maniera determinante mi sembra un po’ utopistico”.

Fonte: repubblica.it