La marescialla: “Ecco come convinciamo le donne a raccontarci il loro inferno”

Si è presentata in caserma a Nichelino per fare un esposto. Anna cercava aiuto per raccontare la sua lunga vicenda di violenze, ma quando il maresciallo Claudia Cavallari l’ha fatta accomodare nel suo ufficio è stata un fiume in piena: “Non è facile convincere le donne ad aprirsi — spiega — Entrare in sintonia con loro e capire quale sia il loro disagio è fondamentale”. Lei, 23 anni e da poco uscita dal corso per marescialli, è in servizio in Piemonte da luglio e si è trovata ad affrontare diversi casi di violenze: “L’ultimo pochi minuti fa — racconta — Un’altra donna ha suonato in caserma per denunciare quanto aveva subito ed è stata indirizzata a me”.

Maresciallo, come fate ad aiutarle?
“Ci vuole molta empatia perché non è detto che le donne che subiscono le violenze vogliano denunciare. Vengono da noi in cerca di aiuto, ma spesso non vogliono nemmeno dire che sono loro le vittime. La prima cosa da fare è fornire loro tutto il supporto necessario. In casi come questo l’aspetto psicologico è indispensabile. Bisogna far capire loro che possono fidarsi, che di fronte hanno qualcuno di amico che le capisce. Solo così si aprono e raccontano davvero cosa sta loro succedendo”.

Avete una formazione specifica?
“L’Arma ormai ha personale specializzato in ogni stazione e anche dove non ci sono gli spazi di “Una stanza con te” (il progetto della Città metropolitana per accogliere le vittime di violenza, ndr), abbiamo comunque individuato luoghi idonei. Io ho seguito diversi lezioni durante il corso per diventare maresciallo su questi casi di violenza. E anche dopo, quando mi sono trovata ad affrontarli, ho cercato di continuare a formarmi”.

Cosa fa quando una vittima si presenta da lei?
“Cerco di metterla a loro agio, chiudo la porta e chiedo che nessuno disturbi o la faccia sentire minacciata nella sua riservatezza. Noi cerchiamo di dar loro tutte le garanzie che quanto ci raccontano resterà anonimo e che anche se denunciano avranno tutte le tutele necessarie perché gli episodi non si ripetano”.

L’altro giorno però lo stalker si è presentato poche ore dopo dalla vittima. Com’è successo?
“Si tratta di un caso. L’uomo non sapeva di essere stato denunciato e non poteva averlo saputo in nessun modo. Si trattava solo dell’ennesimo episodio e la signora ha avuto la forza di raccontare cosa subiva da tanti anni perché ha trovato supporto da noi”.

Come funziona questo supporto?
“Dipende molto da qual è la situazione famigliare. Se la vittima vive con il suo aguzzino cerchiamo di individuare una soluzione idonea perché spesso si rende necessario l’allontanamento. Ci sono le case rifugio messe a disposizione dai servizi sociali, poi c’è il numero del “telefono rosa”, il 1522, cui rivolgersi, e forniamo loro i contatti dei centri antiviolenza. Poi c’è quanto dobbiamo fare noi. Essere presenti, dar loro numeri di telefono a cui possono contattarci in caso di problemi. Se non si dà loro la sensazione che “ci siamo”, non si fideranno una seconda volta”.

Quanto è importante che a raccogliere queste denunce ci sia una donna?
“Penso sia fondamentale perché solo così riescono ad aprirsi. Perché chi fa loro del male è quasi sempre un uomo e fanno più fatica a fidarsi. In qualche modo penso che la presenza di noi donne all’interno dell’Arma abbia contribuito a far emergere casi che fino agli anni Novanta sono rimasti sommersi”.

Fonte: torino.repubblica.it

  • lunedì, 28 agosto 2017