I 59 abusi che sono diventati le mie poesie

Il dossier del Viminale con gli ultimi dati Istat sul numero degli abusi sulle donne in Italia racconta la storia di un degrado umano: in media sarebbero undici le donne che, ogni giorno, nel nostro Paese vengono violentate. Dato già terribile ma lontano dalla realtà.

Perché esistono altre storie di violenza che restano sommerse: solo il 7% delle vittime denuncia l’abuso subito. E tante – troppe violenze taciute – avvengono tra le cosiddette “mura domestiche”. Da chi ti dovrebbe amare.

Nel 2016 il poeta Stefano Raimondi, poeta, ha pubblicato un libro: “Soltanto vive”, Mimesis Edizioni, dove ha dato voce a 59 storie, 59 esperienze di donne che la violenza e l’abuso hanno segnato indelebilmente e trasformate in parole per provare a dare una testimonianza anche nel silenzio.

Perché ha deciso di scrivere “Soltanto Vive”?

Il libro è nato dopo un contatto con due poeti bolognesi che mi avevano chiesto un testo per un’antologia che avrebbe dovuto poi sovvenzionare due cooperative di “maltrattatori pentiti”. Hanno chiesto a me perché ricevevano soli testi scritti da donne.

E lei ha accettato

Si è innescata subito quell’attenzione fondamentale nella scrittura – che poi è fondamentale alla vita – che si è ritagliata nelle parole.

“Soltanto Vive” è un titolo bellissimo. Come l’ha scelto?

All’inizio il testo doveva chiamarsi “Monologhi Slabrati”. Ma Soltanto Vive è molto più forte. È una frase di una lettera tra Vittorio Sereni e Giancarlo Vigorelli per indicare che soltanto vivi erano delle persone che in qualche modo stavano li come corpi e non come presenze. Anche queste donne abusate sono state li come corpo mentre la loro presenza veniva annullata, tolta, lasciata stare.

Ha iniziato a scriverlo nel 2013

Ho impiegato un anno per finirlo. Ma la nascita dei primi sette monologhi è stato un flusso violento, forte, improvviso che non so da dove fosse salito. Ed aveva sempre una voce femminile. Dopo il primo spavento ho deciso di far leggere i testi che uscivano fuori alle donne. E più li facevo leggere più diventavano altre storie. Ecco sono diventato un raccoglitore di storie costruite con un rigoroso linguaggio poetico; testi dove 59 vicende vengono alla luce.

Come ha intercettato le prime?

Dalla cronaca. Le recuperavo dai quotidiani. Le altre sono venute dall’ascolto: la cosa più bella di questo libro è stata aprire dei silenzi.

Perché secondo lei in Italia le donne non denunciano?

Non sono un esperto. Premetto che non sono uno psicoterapeuta, uno psicologo… ma solo un poeta. Un poeta che ha tentato di prestare ascolto alla vita e a principi di realtà che la poesia deve avere per poter essere autentica. Penso che quello degli abusi sulle donne sia un problema sociale e non una casistica. Forse bisognerebbe cercarne le origini nel patriarcato e credo che ci siano così poche denunce perché si ha paura. La paura mangia l’animo e rende l’altro una tua vittima.

Ottantun anni ho portato la voce nelle luce. Ottantun anni ho resistito per vivere fino a qui, per fare della guerra una sopravvivenza e, dentro a quei rifugi, ho fatto della vita un respiro pieno, senza paura. Ottantun anni e tu hai violato la mia vita senza fare nessun rumore. Eri sopra di me come un mondo intero uncinato tra i miei anni saldi, sgretolati in una sera. Ti ho aperto, mi hai stuprata e cosa vuoi che mi ricordi ora, tra gli ultimi ricordi che coltivo come un orto? Ottantun anni e per un urlo solo ho cominciato ad avere paura.

La poesia aiuta?

La poesia non aiuta. Non può risolvere questa epidemia mentale che sta accadendo. La poesia però può aprire all’ascolto di un’attenzione che è vera. E l’apertura può accadere e far andare via la paura.

In che modo?

Perché centra il punto dell’attenzione di una realtà concreta. Io credo molto in questa cosa, però, effettivamente, per risolvere questo problema bisogna andare ancora più giù, nella radice profonda di “essere persone”, rincontrare l’umanità gloriosa delle persone che è la prima cosa che perdono queste donne quando vengono abusate perché diventano quasi rappresentazioni, luoghi dove sfogare un’idea distorta di amore. La cosa importante riguardo la poesia è che secondo me ti fa andar via da un’altra parte e ti fa capire che quel luogo non ti fa star bene. È con gli essere umani che bisogna lavorare. Soltanto vive ha ormai un anno di vita, spero che qualcuno dopo averlo letto – o se lo leggerà – si dirà “Sono qua dentro e non ne posso più”. Fatevi proteggere altrove. Fatevi volere bene.

Fonte: vita.it

  • lunedì, 4 settembre 2017