Perché lo stupro fa notizia (ma le denunce non aumentano)

«Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente» .

«Signori miei, una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto. L’atto è incompatibile con l’ipotesi di una violenza. Tutti e quattro avrebbero abbandonato nella bocca della loro vittima il membro, parte che per antonomasia viene definita delicata dell’uomo» 

«Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni?» Processo per stupro, 1979.  

Se una donna si comporta bene, non può essere violentata. Se non porta i segni della violenza, allora era consenziente. Il documentario Processo per stupro venne mandato in onda per la prima volta dalla Rai nel 1979: per gli spettatori fu sconvolgente vedere come in un’aula di tribunale il «disonore» si poteva spostare poco a poco dal presunto aggressore alla presunta vittima. Nel caso raccontato da Loredana Dordi e nato da un’idea del movimento femminista romano Casa delle donne la vittima èFiorella, 18 anni, sequestrata e violentata per un interno pomeriggio da quattro uomini. Al momento dell’arresto gli imputati ammisero i fatti, poi negarono tutto e durante il processo dichiararono di aver concordato con la ragazza un compenso. La difesa della ragazza, affidata a Tina Lagostena Bassi, fu complicato da due circostanze: la vittima conosceva l’imputato principale e non presentava segni di percosse o maltrattamenti. 

Sono passati poco meno di quarant’anni, cosa è cambiato? Quasi nulla, tanto che le parole usate nel maggio del 1979 dal politologo ed editorialista de La Stampa Luigi Firpo risuonano assolutamente attuali. 

«In Italia meno di un decimo ha il coraggio di denunciare l’affronto subito, per vergogna, per paura di rappresaglia, per sfuggire a un immeritato discredito, soprattutto per non vivere le l’esperienza umiliante di quei processi» 

La cifra nera è la differenza tra il numero dei reati commessi e quelli che risultano all’attività giudiziaria, cioè su quelli si cui si indaga e si tenta di arrivare al colpevole. Secondo le ultime statistiche, una donna su tre nella sua vita ha subito violenze fisiche o sessuali, nella maggioranza dei casi da parte del partner o di un familiare. A commettere le violenze più gravi non sono gli sconosciuti, che nella maggior parte dei casi sono autori di molesti sessuali, ma i partner o gli ex partner, in sei casi su dieci. «Perché ci dobbiamo porre l’obiettivo di portare a denunciare tutte le donne? Per avere statistiche migliori? Io porrei invece come primo obiettivo un processo in cui l’Autorità ha imparato a rispettare la parola delle donna», commenta Manuela Ulivi, avvocato e presidente della Casa delle Donne Maltrattate. «Dopo due, tre anni di processo alcune mi dicono: se lo avessi saputo, non avrei fatto nulla. Da donna, da avvocato, è ogni volta un dolore terribile. Mi chiedo se il diritto sia capace di restituire qualche cosa a chi ha la forza e il coraggio di denunciare oppure non fa altro che mettere nei guai». 

«Un esempio? A Milano sono aumentate le denunce per violenza domestica – conclude Ulivi -, ma nella stragrande maggioranza dei casi vengono archiviate dalla stessa procura, che non ha abbastanza persone per portare avanti le indagini». Così dopo la presentazione della denuncia si vive il momento di rischio maggiore. «E quando arriva l’archiviazione, resta solo un grandissimo senso di impunità».  

Media e violenze sessuali, la narrazione distorta  

Come raccontato dalla quinta edizione del Global Media Monitoring Project, la più grande ricerca sulla rappresentazione di genere nei mezzi d’informazione, quando si parla vittime una donna su quattro fa notizia, contro il 9 per cento del campione maschile. «Se parliamo di violenze sessuali, spesso sono i media colpevolizzano la donna violata, suggerendo che in qualche modo che se l’è andata a cercare – spiega Monia Azzalini, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca indipendente specializzato nell’analisi dei media -. Raramente si discute dell’incidenza reale del fenomeno: nella stragrande maggioranza dei casi gli autori delle violenze sono partner o ex partner». Ancora. «Spesso i media concedono attenuanti al colpevole, adducendo come movente la gelosia o la fragilità psicologica e ricorrono a immagini che ledono la dignità delle vittime. Nel caso degli stupri di Rimini abbiamo assistito a rappresentazioni al limite del pornografico».  

«I media inoltre non inquadrano il fenomeno in un discorso culturale più generale, che ha a che farecon il mancato riconoscimento dell’uguaglianza fra donne e uomini e con la sopravvivenza di una cultura del dominio e del possesso», conclude Azzalini. Se ci allontaniamo di qualche passo dalla cronaca, vediamo che ancora una volta ci si può affidare alle parole scritte da Firpo nel maggio del 1979. 

«Chi sono gli autori abituali di stupri? Non ci si aspetti scimmioni villosi e senza fronte, maniaci sessuali, drogati. I più sono gente comune, onesti lavoratori, padri di famiglia, giovani di belle speranze. (…) Perché? Qualcuno dice raptus, qualche altro esaltazione collettiva, qualche altro provocazione da minigonna. Ogni scusa è un’ulteriore bassezza».  

Fonte: lastampa.it

  • mercoledì, 27 settembre 2017