Centri antiviolenza, poche risorse e incerte: necessario cambiare: approvata in Senato la relazione della commissione sul femminicidio

Poche risorse destinate ai centri antiviolenza e alle case rifugio e una programmazione dei finanziamenti fatta anno per anno che rende ancora più precaria la gestione delle strutture a protezione delle donne vittime di violenza.

Inoltre, non sempre le Regioni seguono le stesse linee guida per la gestione dei Cav e la formazione delle operatrici e soprattutto per l’accreditamento delle associazioni deputate a gestirli. Sono queste alcune delle criticità emerse nella relazione con cui la senatrice Pd Valeria Valente ha presentato al Senato studio fatto sulla situazione delle strutture di protezione delle donne. 

Lo studio è stato poi seguito da una risoluzione  approvata l’8 settembre dal Senato all’unanimità (212 favorevoli) e con parere favorevole del Governo, dal titolo ‘Relazione sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio‘, che in precedenza era stata approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio il 14 luglio scorso. 

«Dal 2014, grazie anche a maggiori finanziamenti, si è rafforzata l’offerta sul territorio – ha spiegato la senatrice Valente – con la nascita di più di un terzo degli oltre 600 tra centri antiviolenza e case rifugio ora operanti. Adesso dobbiamo proseguire, sostenendo di più tutto il sistema attraverso maggiori risorse e rendendolo ancora più efficiente ed efficace, attraverso una nuova governance più omogenea a livello regionale, puntando sull’esperienza e la specializzazione delle associazioni e delle reti di donne. La violenza di genere non è un fenomeno emergenziale, ma il portato di una visione ancora maschilista e patriarcale che si combatte con la cultura della parità e di una sana e corretta relazione tra uomini e donne di cui questi centri sono portatori».

La relazione della senatrice in 34 pagine illustra il sistema istituzionale antiviolenza italiano, la storia e il ruolo rivestito in Italia in questo campo dalle associazioni di donne e il sistema di finanziamento di centri antiviolenza e case rifugio, individuandone le criticità, ha l’obiettivo di essere da stimolo e supporto di una revisione dell’intesa Stato-regioni del 2014 relativa “ai requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio”. Tale obiettivo viene definito, in premessa di relazione, “obiettivo prioritario non più rimandabile” e “primo necessario passaggio verso l’elaborazione di una riforma organica della normativa”. Lo sostiene l’agenzia Dire. 

Le principali criticità. Sono “due le principali criticità” messe in evidenza dalla relazione, dichiara in apertura di discussione Valente: la “carenza delle risorse” destinate a centri antiviolenza (cav) e case rifugio (secondo un rapporto della Corte dei conti del 2016 citato nella relazione, infatti, l’importo medio annuale dei finanziamenti pubblici a disposizione era di circa 6mila euro, ndr) e il fatto che «queste risorse spesso non riescono ad essere certe» e che “ancora rischiamo arrivino due anni dopo il loro stanziamento. Non è un bene che le operatrici siano per la maggior parte volontarie” e che “i fondi siano stanziati anno per anno”, sostiene Valente: occorrono “programmazioni almeno triennali”, tali da garantire una maggiore stabilità ai progetti di uscita dalla violenza realizzati dei cav.

Il ruolo dei Cav. Centri antiviolenza riconosciuti dalla relazione come “l’anello più prezioso dell’intera catena, senza il quale il sistema non potrebbe reggere”, sostiene Valente, luoghi dove “le donne vengono credute, ascoltate” e dove ci sono “professionalità e specializzazioni”.

Anche per questo, con l’atto di indirizzo approvato l’8 settembre, la Commissione chiede «una revisione dei criteri per l’aggiudicazione delle risorse», che, si legge sulla relazione, «finisce ‘per favorire gli erogatori di servizi generici, i quali tendono a ridurre al minimo i costi complessivi, a spese delle associazioni di donne specializzate, che invece danno la priorità alle esigenze delle vittime, conformemente all’approccio incentrato sulla vittima previsto dalla Convenzione’».

La Commissione femminicidio. Per la Commissione femminicidio è necessario: “individuare in modo chiaro i soggetti che possono candidarsi a gestire” i servizi antiviolenza; “capire quali siano i requisiti strutturali e organizzativi”, oltre che metodologici, dei centri; andare verso il superamento “dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, definita dalle esperte del Grevio (Group of experts on action against violence against women and domestic violence) una “cattiva pratica”; e rafforzare il “ruolo dei centri antiviolenza all’interno delle reti territoriali”. Altro indirizzo di riforma da perseguire, continua Valente, è “l’omogeneizzazione dei modelli di governance territoriali, molto differenziati da Regione a Regione, con criteri sulla formazione” e “accreditamenti più stringenti”, valorizzando davvero i centri che fanno della cultura della centralità della donna e del potenziamento delle sue capacità di autonomia “un asset”.

Le conclusioni. In conclusione, la relazione stila una serie di raccomandazioni e orientamenti di riforma, chiedendo di: accrescere le risorse destinate al contrasto della violenza, semplificando e velocizzando il percorso dei finanziamenti; “verificarne l’effettiva erogazione ai centri antiviolenza e alle case rifugio attraverso un sistema di monitoraggio più efficace e potenziare la governance centrale del sistema”; promuovere “un’analisi territoriale dei bisogni coinvolgendo gli enti gestori specializzati di centri antiviolenza e case rifugio in tutti i livelli decisionali”.

Gli strumenti. Due gli strumenti individuati dalla Commissione per gettare le basi di tale intervento di riforma: “la revisione dell’intesa Stato-regioni del 2014” e “l’istituzione di un osservatorio nazionale permanente, con compiti di valutazione indipendente dell’intero sistema dei servizi dedicati al contrasto della violenza contro le donne, di monitoraggio dell’implementazione delle azioni previste e di controllo degli standard di qualità dei servizi antiviolenza”.

Fonte: ilmessaggero.it

 

  • venerdì, 11 Settembre 2020